Ippolito Caffi

(Belluno, 1790 - Lissa, 1866)

Veduta del Cairo

Acquarelli su cartoncino

152 x 210 mm (5.98 x 8.27 inches)

  • Codice di riferimento: 0088
  • Iscrizioni: Firmato e datato in basso a destra
  • Prezzo: Private Collection
Descrizione:

La piccola gouache si inserisce a buon titolo, a mio parere, nella produzione "orientalista" di Ippolito Caffi (16 ottobre 1809 - 20 luglio 1866), pittore bellunese di origine ma che artisticamente si formò tra Padova e Venezia, e soprattutto a Roma, dove giunse nel 1732 per sfuggire all'accademismo imperante in quel tempo nell'ambiente culturale veneto. Uomo irrequieto, curioso, profondamente patriota, Ippolito Caffi trasforma il vedutismo di eredità settecentesca in un linguaggio nuovo ed inedito, fatto di luce, di sottili analisi atmosferiche, di visioni protoromantiche e al tempo stesso lucide e puntuali. Grande viaggiatore spinto da una irrefrenabile voglia di conoscenza, raggiunge e documenta, città e territori con una attenzione particolare rivolta non solo all'ambiente, sia urbano che naturalistico, ma anche ai personaggi che lo popolano. Ne sono testimonianza gli innumerevoli appunti grafici, in gran parte custoditi nel Gabinetto delle Stampe e Disegni del Museo Correr di Venezia, dove si ritrovano le fisionomie, i costumi, gli atteggiamenti e le movenze che ricompaiono poi, più spesso in scala minore, nella sua produzione pittorica. Roma, Venezia, Belluno, Napoli, Genova, Torino, Firenze, di tutte queste città, dove si reca nel corso della propria turbolenta vita, Ippolito rende una documentazione precisa ed affettuosa, pittoricamente ineccepibile; così come nello stesso modo egli riesce a fotografare realtà anche non italiane, da Londra a Parigi, da Granada a Siviglia. Ma l'universo che pare affascinarlo di più, è certamente quello dell'Oriente, dove si reca tra settembre del 1843 e febbraio del 1844. Visita Atene, la Palestina, l'Egitto e la Turchia. La magia di questi luoghi lo seduce. E tale seduzione è palese nella partecipazione emotiva che esprime trasferendone l'immagine nei suoi dipinti, nella resa delle sottili variazioni atmosferiche, nella luce pulviscolare che riesce a rendere con il suo pennello.
Basti osservare non solo la luce abbagliante e netta delle vedute di Atene, ma anche e soprattutto quelle di Santa Sofia, ora presso la Galleria d'Arte Moderna di Ca' Pesaro di Venezia, ma anche e soprattutto la Vista dal campo degli Armeni e la Veduta dalle acque dolci d'Europa (Venezia, Ca' Pesaro) quest'ultima presa dalla riva sinistra del Corno d'Oro, dove viene colto il profilo lontano della città, punteggiata dalle cuspidi dei minareti e avvolta da una nuvola dorata. "Pittore di calda ed inesauribile fantasia, Caffi sentiva l'Oriente, e dell'Oriente fu un interprete vibrante di poesia" (G. Avon Caffi, Ippolito Caffi, Padova 1967, p. 71). Durante le sue peregrinazioni in questo Oriente così amato, Ippolito riempie decine e decine di fogli con appunti, disegni, abbozzi, volti e figure di donne e di uomini, skylines di città, di monumenti, di colline sabbiose, in una ragnatela di percorsi possibili e di emozioni vissute.
Con l'avventura napoleonica prima e con le penetrazioni coloniali poi, seguite a stretto giro dai recuperi archeologici, il viaggio in Oriente divenne ben presto una moda imprescindibile per generazioni di artisti, ma anche di intellettuali, europei. Tra i pittori italiani Ippolito fu tra i primi, se si escludono l'Aglio e l'Angelelli che assolsero per lo più il compito di documentare graficamente talune spedizioni ufficiali, ad affrontare il pellegrinaggio levantino. Nell'ultima lettera che egli invia all'amico Tessari il 18 agosto 1843 da Napoli, prima di partire, l'artista descrive le proprie aspettative su questo viaggio, ma anche la piena coscienza delle difficoltà che andrà ad incontrare, non difficoltà fisiche, ma piuttosto tutte quelle che riguardano la fatica quotidiana di sottrarsi "alla sfera comune e venir in tal modo originale". E qualche mese dopo, il 3 novembre, descrivendo il proprio entusiasmo per quel viaggio, scrive: "l'imponenza di Sirme e la sua posizione mi ha sorpreso non poco, ma quando fui giunto dirimpetto a Costantinopoli, a Pera, Galata e il Bosforo, io mi credea trasportato in Paradiso".
A differenza delle altre tappe mediterraneo-orientali del viaggio caffiano, gli appunti grafici che riguardano l'Egitto sono molto meno numerosi per quanto riguarda i luoghi visitati; l'attenzione dell'artista pare quasi concentrarsi essenzialmente sulle persone, sui costumi, sugli atteggiamenti. Quelle che egli chiamava le "memorie" sono qui più carenti ed affidate in gran parte a quelle dipinte (F. Scotton, Ippolito Caffi. Viaggio in Oriente 1843-44, Venezia 1988, p. 14-15). Testimonianza del primo impatto di Ippolito con l'Egitto è molto probabilmente Carovana nel deserto che d'Alessandria mette al Cairo: da una sua lettera al Tessari inviata da Costantinopoli il 3 novembre 1843, si puù datare l'arrivo in Egitto intorno ai primi giorni di dicembre di quell'anno. Cairo: Isola sul Nilo datato anch'esso 1843 si puù considerare di poco successivo al precedente e fotografa l'isola di Rodah, a sud della città. E' questo, in un certo senso, un punto di vista emozionale riproposto anche nell'acquerello qui commentato, dove si diffonde una delicatezza di toni grigio-verdastri che fa emergere un fascino sottile e misterioso. Come giustamente individuato da Piero Boccardo, a contraddizione della scritta che compare in basso a destra, la piccola gouache mostra una inedita veduta del Cairo, e più precisamente vi si individua l'area cimiteriale vista dalla collina detta Gabal al-Muqattam, quella da cui sta scendendo il cammello, con il suo solitario cavaliere. Sullo sfondo, a sinistra, si stagliano i due minareti della moschea di El-Azhar; la cupola che li fiancheggia è forse quella della moschea che fu abbattuta e sostituita nel 1870 dalla moschea di Al-Hussain. All'estrema destra, vicino alle palme, compare il mausoleo del sultano Barquq, alla cui sinistra si vede la tomba di Qa'it Bay. Si ringrazia l'architetto Michelangelo Lupo per la puntuale identificazione degli edifici.

ANNALISA SCARPA

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