Giovanni Stradano

(Bruges, 1523 - Florence, 1605)

Zuffa di Cavalli

penna, pennello, inchiostro bruno, inchiostro bruno acquerellato, inchiostro nero acquerellato, matita nera, sanguigna su carta, diversi fogli incollati

443 x 655 cm (17.44 x 25.79 inches)

  • Codice di riferimento: 0232
Conservazione:

Davanti alla porta di una città antica – del cui glorioso passato restano a testimonianza imponenti rovine – alle pendici di un declivio collinare, una torma di cavalli imbizzarriti si sta dando battaglia. A rimarcare il contrasto tra la foga dei destrieri in primo piano e il placido e rasserenante paesaggio che si estende alle loro spalle, vi è la quieta andatura di un viandante, che cammina verso un cascinale fra i boschi senza accorgersi minimamente di quanto sta accadendo a pochi metri da lui.

Basterebbe il lungo e meditato procedimento esecutivo, usato dall’autore di questo magnifico disegno, per confermarne l’eccezionale valore: si tratta difatti di diversi fogli elaborati singolarmente e poi incollati fra loro e su una base di cartone. Il risultato era dunque un collage sul quale l’artista poi continuò a lavorare a penna e pennello con l’intento di celare la difficoltà realizzativa di un progetto di questo tipo. Persino questo espediente tradisce la cultura di derivazione del foglio qui esposto: nel capitolo XXVI del Libro Primo del Cortegiano, Baldassar Castiglione afferma: “trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano piú che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto piú si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia; perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia”. Scopo dell’arte è fingere disinvoltura laddove vi è elaborazione e difficoltà, far sembrar quindi facile ciò che in realtà è difficile: nel disegno esposto il valore dell’artista è nella spigliatezza con cui il progetto è svolto e nella padronanza con cui le varie tecniche sono adoprate (vi si riconoscono la penna, l’acquerello, la matita nera e rossa). Siamo alla fine del Rinascimento e l’alto magistero di una delle fasi culminanti della cultura occidentale sembra tramandare i segni nell’opera che qui si propone.

 

Il disegno è assegnabile indiscutibilmente al pittore fiammingo Jan Van der Straet (più noto in Italia col nome di Giovanni Stradano), formato ad Anversa ma attivo per oltre mezzo secolo a Firenze presso la corte medicea dall’età di Cosimo I a quella del granduca Ferdinando. A suffragare questo riferimento è la vicinanza palmare tra i profili dei cavalli in primo piano e quelli di uno studio, di dimensioni decisamente più piccole, oggi conservato nelle raccolte degli Uffizi e che reca impressa la sua firma (inv. 863 Orn. Si veda A. Baroni Vannucci, Jan van der Straet detto Giovanni Stradano: flandrus pictor et inventor, Milano 1997, pp. 261-262, n. 368). Lo studio del Gabinetto degli Uffizi fa parte di una serie di fogli, ad opera di Stradano, destinati ad essere tradotti in incisione da Hendrick Goltzius e Adriaen Collaert per il volume Equile Ioannis Austriaci Caroli V. Imp. F., dedicato appunto ai cavalli del condottiero figlio dell’Imperatore. Il pittore fiammingo aveva ritratto dal vivo i cavalli per poi complicarne le pose e immaginarli in torsioni innaturali, vicine a quelle dei corsieri nelle scene di battaglie da lui affrescate nelle sale di Palazzo Vecchio. Dal punto di vista stilistico Stradano è il perfetto testimone dell’arte manierista: la forza dirompente del disegno, mutuata dai modelli di Michelangelo e Leonardo, diventa ragione formale della sua arte, assumendo valore autonomo – e questo mirabile collage di fogli di riuso non va appunto considerato quale studio preparatorio, ma opera ultimata da esporre e vendere. Lo scatto nervoso della penna e le lumeggiature guizzanti, condotte a pennello diluendo l’inchiostro, attestano la devozione del maestro fiammingo alla tradizione toscana, da Rosso Fiorentino fino a Vasari. Eppure nella contesa tra i due piani, come detto, vi è un concetto ancora squisitamente rinascimentale e neoplatonico. La violenza ferina dei destrieri esprime i travagli dell’esistenza terrena e dunque del corpo; la pace del paesaggio in lontananza, umanizzato e nobilitato da rovine, torrioni e casolari, rivela invece la quiete dello spirito che, come il viandante, pare allontanarsi dai tormenti della vita. Siamo negli stessi anni delle ultime riflessioni lasciate da Michelangelo nelle sue Rime: e in fogli come questo pare aleggiare lo stesso umore,sublime di contrasti, di “Giunto è già 'l corso della vita mia”.

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