Johann Carl Loth

(Munich, 1632 - Venice, 1698)

Morte di Catone

Penna, pennello e inchiostro bruno su rialzi in biacca, carta preparata

217 x 170 cm (8.54 x 6.69 inches)

  • Codice di riferimento: 0227
  • Provenienza: Collezione privata
  • Prezzo: p.o.a.
Descrizione:

Davanti ai rilievi montuosi che proteggono la città di Utica, non lontano dall’antica Cartagine, si sta consumando l’estremo sacrificio da parte di Catone: due legionari romani, a lui fedeli, provano a fermarlo, mentre accorrono in suo aiuto anche un vecchio servitore ed un ragazzo.

Il suicidio dell’uomo di stato, strenuo difensore delle prerogative istituzionali della Repubblica contro i tentativi egemonici di Pompeo e poi di Cesare, fin dal medioevo – Catone è colui che è posto da Dante a custodia dell’accesso al Purgtorio – era stato preso a modello per incarnare in una figura storica le più alte virtù civili. A partire dal XVI secolo Catone viene dunque raffigurato dai pittori nel momento della morte come esempio di estremo coraggio, coerenza e rettitudine: nei dipinti ‘da stanza’, spesso commissionati da uomini di stato, l’Uticense diventa fonte d’ispirazione nell’attività politica e lo stoicismo con cui affronta il trapasso si qualifica come eccelso magistero morale anche in epoca moderna. Da qui la diffusione di questa iconografia nel Seicento, soprattutto nei contesti in cui il potere non era gestito da un sovrano con la sua corte (la fonte d’ispirazione del potere di un monarca poteva essere più facilmente individuata nelle figura di Cesare, di cui Catone era acerrimo nemico), bensì da un patriziato rispettoso delle antiche istituzioni repubblicane: da qui, in termini più stringenti, la diffusione dell’iconografia del suicidio di Catone soprattutto a Genova e a Venezia.

Il foglio qui esposto, di qualità molto alta, può essere facilmente assegnato al pittore di origine bavarese Johann Carl Loth. Questi, figlio di artisti – il padre Ulrich era stato uno dei primi testimoni della pittura barocca tra Francoforte e Monaco, la madre una raffinata miniaturista – si era stabilito ventenne a Venezia, modificando il suo stile a contatto coi modelli di Tiziano e Tintoretto, nonché con le esperienze artistiche maturate in laguna a partire dalla metà del Seicento. Sono in particolare i dipinti di Bernardo Strozzi e le pale d’altare lasciate in città da Luca Giordano a costituire i riferimenti formali privilegiati per il giovane maestro: nel disporre le scene Loth sviluppa una qualità retorica molto teatrale, che si accosta ai precedenti della pittura caravaggesca a Roma e si presenta quale riscontro tangibile – nella scelta e nella resa dei soggetti – deli testi dei contemporanei autori di tragedie classiche a Venezia e in Italia settentrionale (si pensi a Carlo de’ Dottori, ma anche agli autori dei libretti del nascente melodramma).

Alla sequenza del Suicidio di Catone Loth dedicò numerosi dipinti: si ricordano in particolare la tela del Musée Crozatier di Le Puy-en-Velay in Alverniai, quella della Villa Sale di San Damiano Curti a Sovizzo Basso presso Vicenzaii e una terza già in collezione Wieniawski e oggi conservata presso il Muzeum Narodowe di Varsaviaiii. Le tre opere citate sono molto simili fra loro (al punto che è stata postulata dalla storiografia una prossimità cronologica delle stesse tra la metà degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo) e tutte molto pertinenti allo studio esposto: torna il numero e la disposizione dei personaggi come pure l’invenzione, d’impronta ovviamente caravaggesca, di collocare il giovane servitore sempre frontale rispetto a Catone – che intanto infierisce col pugnale nel suo stesso ventre – ad evidenziare un’intrinseca comunione d’affetti tra l’osservatore e gli astanti sbigottiti, primo fra tutti proprio il ragazzo. La posa sempre diversa del protagonista – in questo senso il dipinto più vicino al disegno esposto è quello di Sovizzo Basso – illustra appieno il modus operandi di Loth, straordinario disegnatore che prima di procedere all’esecuzione su tela realizzava studi in quantità per poi decidere quali replicare nelle varie redazioni. Ma la ricchezza del corpus grafico nulla toglie alla qualità dei fogli dell’artista tedesco, eseguiti con la stessa cura usata nelle opere finite, proprio in quanto gli studi dovevano risultare test affidabili della qualità retorica delle scelte compositive. La sovrapposizione delle diverse tecniche (sotto la penna, l’acquerello e i rialzi di bianco si nota l’uso cospicuo della matita) conferma di quanto i disegni fossero meditati e svolti con meticolosità. Ad emergere ovviamente è la forza delle linee di contorno che isolano i profili e ne aumentano il vigore drammatico. La foga dei chiaroscuri testimonia che ci troviamo ancora negli anni ’60, nella fase in cui nell’arte di Loth è ancora preminente il modello di Giovanni Battista Langetti. Più avanti il pittore tedesco virerà verso un linguaggio più modulato, meno tendente al pathos e più vicino all’indole melodiosa del barocco maturo. 

i La tela è ritenuta opera di bottega da Ewald, ma autografa secondo gli studi successivi: G. Ewald, Johann Carl Loth 1632-1698, Amsterdam 1965, pp. 117-118, n. 504a; G. Fusari, Johann Carl Loth (1632-1698), Soncino 2016, pp. 187-188, n. 104.

ii Ewald cit., 1965, p. 118, n. 505, tav. 65; C. Donzelli, G. M. Pilo, I pittori del Seicento veneto, Firenze 1967, p. 247.

iii Fusari cit., 2016, p. 236, n. 308, tav. XC (con bibliografia precedente). 

 

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